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venerdì 25 settembre 2015

Recensione "Daughter of Smoke & Bone" (La Chimera di Praga), di Laini Taylor

Buongiorno, lettori. Oggi finalmente riesco a parlarvi di Daughter of Smoke & Bone (La Chimera di Praga), un romanzo che ho letto quest'estate, e che è stata una delle letture più particolari e insolite che abbia mai fatto. Ho impiegato un po' di tempo per ultimare questa recensione/commento, perché ci sarebbero troppe cose da dire e la trama è decisamente troppo complicata per essere ridotta ad una sintesi. È una recensione tremendamente lunga, chiedo venia.  
Preciso comunque che è assolutamente SPOILER FREE.
Alla fine (per chi riuscirà ad arrivarci), come bonus content ho aggiunto la mia personale scelta musicale abbinata a questo romanzo, più altre playlist fan-made trovate in rete, che a mio parere meritano di essere ascoltate. 

Titolo: Daughter of Smoke & Bone (Daughter of Smoke & Bone #1) [ENG]
Titolo italiano: La Chimera di Praga
Autore: Laini Taylor
Data di uscita: 27 settembre 2011
Editore: Little Brown & Co.
Prezzo: € 16,82 (copertina rigida); € 10,76 (copertina flessibile); € 6,49 (ebook)
Pagine: 418
Trama tradotta da me: Impronte scure di mani appaiono sulle porte di tutto il mondo, impresse a fuoco da stranieri alati che giungono da una fessura nel cielo. In un negozio buio e polveroso, la riserva di denti umani di un mostro comincia pericolosamente a scarseggiare. E nelle intricate vie di Praga, una giovane studentessa d'arte sta per ritrovarsi incastrata in una brutale guerra ultraterrena. Ecco a voi Karou, che riempie i suoi album da disegno di mostri che potrebbero essere o meno reali, che tende a sparire per misteriose commissioni, che parla moltissime lingue - non tutte umane - e che ha lunghi capelli di un blu lucente che crescono davvero di quel colore. Chi è in realtà? Questa è la domanda che l'ha sempre tormentata, e ora finalmente sta per scoprirlo. Quando il bellissimo e tormentato Akiva posa i suoi occhi di fuoco su di lei in un vicolo di Marrakesh, il risultato sono sangue e luce stellare, segreti scoperti, e un amore avversato dalle stelle che affonda le sue radici in un lontano passato violento. Karou si pentirà di aver voluto scoprire la verità su se stessa?

 

Tanto tempo fa un angelo e un diavolo si innamorarono. 
Non finì bene.

La lettura di Daughter of Smoke & Bone è un viaggio da cui, nel bene o nel male, non si torna indietro.

Bisogna armarsi di una grande dose di immaginazione per leggerlo, ma non risulta mai esagerato o estremo. Sicuramente però lascia il segno.

Chiudete gli occhi, liberate la mente dai legami terreni, e immaginate.

Un mondo diverso, un altrove sconosciuto. Due razze nemiche. Angeli e demoni. Una guerra che dura da millenni. Due amanti segreti e avversati dalle stelle. Magia. Tradimento. Desideri. Speranza.

In una lingua vecchia quanto il mondo, Karou significa speranza. Ma Karou non sa perché l'abbiano chiamata così. Non sa nemmeno chi le abbia dato questo nome, perché non ha alcun ricordo della sua famiglia o dei suoi primissimi anni di vita. Quello che sa è che le persone più vicine a lei non sono davvero persone. Hanno corna, code, ali e lunghi colli. Non sono umani, possono essere spaventosi, e molti li chiamano mostri, ma sono quanto di più vicino ad una famiglia Karou abbia mai avuto.

Era stata innocente, un tempo. Una bambina che giocava con le piume sul pavimento della tana di un diavolo. Non lo era più ora, ma non sapeva cosa farci. La sua vita era questo: magia, vergogna, segreti, denti e un profondo, lancinante vuoto al centro del suo essere, dove, con assoluta certezza, mancava qualcosa.

Karou finge di avere una vita normale, di essere una ragazza normale che frequenta un istituto d'arte, esce con la sua migliore amica e riempie pagine e pagine di disegni eccentrici e meravigliosi, che ritraggono creature impossibili.
Ma cosa c'è di normale in questa misteriosa ragazza dai naturali capelli blu che scompare per giorni senza dare notizia di sé? Che si addentra per le affollate viuzze di Praga e sparisce dentro una porta che nessuno sa dove conduca.
Le basta un passo per ritrovarsi nel caotico mercato di Marrakesh.
Un salto per spiccare il volo, pur essendo priva di ali.
Un sguardo, e il suo cuore come impazzito inizia a battere per qualcuno per cui non dovrebbe.

Esisteva un destino più amaro dell'avere ciò che desideri da tanto tempo, quando è ormai troppo tardi?

Daughter of Smoke & Bone è quel tipo di romanzo che sarebbe meglio leggere senza sapere quasi nulla sul contenuto, perché ogni capitolo è un'avventura che merita di essere gustata, ogni pagina un segreto che vale la pena di scoprire pian piano.
I primi capitoli sono pieni di domande, le domande di Karou che sono anche quelle del lettore. Capitoli di mistero e di sensazioni di origine sconosciuta, di senso di perdita e mancanza, di non appartenenza. Eco lontane di un passato disperso nell'oblio, che risuonano nell'anima, che vibrano attraverso la pelle. La sensazione bruciante e sfuggente di aver perduto qualcosa che non si sapeva di possedere.
"your soul sings to mine"La seconda parte, quella centrale, funge da ponte tra la prima e la terza, collega il presente e il passato, e vede la collisione di due universi e di due tempi.
La terza è una lunga sequenza di flashback, di ricordi, di “fill in the blanks”, di risposte. Risposte che però aprono la porta a nuove domande.
Il finale è riconoscimento e disperazione, malinconia e perdita. C'è un cliffhanger, che serve da slancio per il capitolo successivo della trilogia. 
 
Una volta che tutte le porte fossero state marchiate, la fine avrebbe avuto inizio. E sarebbe iniziata con il fuoco.

Se non fosse stato per un amore un po' istantaneo, che non mi ha conquistata completamente, e un'idealizzazione un po' eccessiva del sentimento d'amore, questo romanzo sarebbe probabilmente rientrato tra i miei preferiti. Avrei apprezzato di più questa storia d'amore se il sentimento tra i due protagonisti fosse nato da un'intimità più profonda, se si fosse sviluppato gradualmente, invece di succedere così semplicemente, esplodendo all'improvviso e avendo come unica base una forte attrazione fisica. 


«Mai pentirsi della propria bontà, bambina. Rimanere leali di fronte al male è una dimostrazione di forza.»

Devo però dare atto all'autrice di una cosa: questo non è il classico insta-love dei romanzi YA, che è semplicemente frutto di una scrittura non curata e di una caratterizzazione dei personaggi non approfondita. Questo è un amore “alla Romeo e Giulietta”, improvviso e travolgente, distruttivo e salvifico al tempo stesso. Poco realistico, quasi surreale, proprio perché non vuole essere realistico. Ho avuto l'impressione che sia stata una scelta studiata dell'autrice quella di creare un legame così totalizzante tra i due protagonisti, senza un normale e usuale periodo di conoscenza che lo giustificasse. Questo amore giustifica se stesso, non è un amore terreno, non ha nulla di comune o usuale. Trascende la realtà e i confini terreni e umani. È idealizzato. Può sembrare distante e cristallizzato, qualcosa che non appartiene a questo mondo e a questo tempo, ma come ho detto, penso che fosse proprio questo l'intento dell'autrice. Un sentimento non da capire, ma da sentire. 

 «La speranza è la vera magia, bambina.»

Con uno stile ricco, metaforico, onirico e vibrante, la Taylor narra una storia che ha il sapore di una leggenda antica, che si perde nel tempo, che viene tramandata di bocca in bocca dagli albori del mondo. Una storia potente e a tratti lacerante, profonda e malinconica, struggente ed eterea.

why fear death? be scared of livingL'eterna ed infinita lotta tra bene e male qui assume connotati diversi.
Quando violenza e ingiustizia regnano, quando il sangue scorre e le vite si spezzano, quando i cuori soffrono e gli occhi si chiudono, quando la guerra va avanti e distrugge tutto, impossibile da arrestare – ma senza che nessuno riesca a ricordare la ragione per cui è cominciata – chi è davvero nel giusto?
La linea di confine tra il bene e il male vacilla, e all'improvviso le certezze di millenni si infrangono, le prospettive si capovolgono.

«La pace è qualcosa di più dell'assenza della guerra. La pace è accordo. Armonia.»
 
La guerra è alimentata da un odio viscerale. 
L'odio detta legge, confonde le menti, corrode l'umanità.
Resta solo desolazione, il buio nel cuore e nell'anima. Non c'è salvezza. 
La vita e l'amore soccombono sempre alla morte e alla disperazione.
Ma Karou, figlia del fumo e dell'osso, non la pensa così.
Non ha ricordi, nella sua mente c'è confusione, nel suo cuore solitudine, ma è determinata. Ricorderà.
E combatterà.
Chi è pronto a farlo insieme a lei, chi crede che il mondo possa essere cambiato, che possa essere rifatto, che la salvezza sia ancora possibile per chi ha l'ardire di amare dove nessun altro lo fa, resterà ammaliato da questa storia che racchiude in sé una, dieci e altre centomila storie.

«Sognavamo insieme un mondo rinato.»


Il Mio Voto: 4 stelline
 
Un romanzo originalissimo ed estremamente fantasioso, potente e poetico, scritto con uno stile lirico e visivo. Una storia d'amore, di odio, di tradimento e vendetta. Ricordi e desideri. Guerra e speranza.
 Da leggere perché non ne esistono di simili.


**Vi invito ad ascoltare questa canzone e a leggerne il testo. Sembra quasi che sia stata scritta appositamente per questo libro**
 
Hurricane - 30 Seconds To Mars
  
 
Inoltre vi rimando ad alcune playlist fan-made relative a questo romanzo. Le ho ascoltate tutte, e ce ne sono alcune che ne catturano alla perfezione l'essenza. Se lo avete letto o pensate di farlo, probabilmente vorrete ascoltare questa meravigliosa selezione di canzoni. Potete trovarle QUI.

p.s.: la mia parte preferita di questo libro è quando, verso la fine, si scopre il vero significato che nasconde il titolo, Daughter of Smoke & Bone. Ne vale la pena anche solo per questo momento.


Avete letto questo libro? Cosa ne pensate? Fatemi sapere pareri e opinioni, e parliamone insieme!

giovedì 18 giugno 2015

Recensione "L'Anello dei Faitoren", di Emily Croy Barker

Buongiorno lettori! Oggi vi parlo di un libro che ho finito da poco, e che mi è stato gentilmente inviato dalla Giunti, in cambio di una mia onesta recensione. Purtroppo questo romanzo non mi ha fatto impazzire, ma ringrazio tantissimo la CE per avermene inviata una copia in omaggio.


Titolo: L'Anello dei Faitoren (The Thinking Woman's Guide To Real Magic #1)
Titolo originale: The Thinking Woman's Guide To Real Magic
Autore: Emily Croy Barker
Data di uscita: 11 febbraio 2015
Editore: Giunti
Prezzo: € 16,00 (copertina flessibile); € 9,99 (ebook)
Pagine: 617
Trama: E se bastassero poche, enigmatiche parole a trasformare una ragazza molto delusa in una creatura dai poteri eccezionali? Nora Fischer non ha mai pensato di possedere doti straordinarie o di essere destinata a grandi cose. Anzi, da quando il fidanzato l’ha lasciata e la speranza di una promettente carriera universitaria è svanita nel nulla, è convinta di valere ben poco. Finché un giorno, dopo una festa in campagna, si imbatte in una vecchia lapide su cui legge alcuni versi dal significato oscuro. Pochi istanti e Nora stenta a riconoscere il luogo in cui si trovava fino a un attimo prima: davanti a lei si staglia un maestoso palazzo circondato da un parco lussureggiante, e una donna vestita di bianco la accoglie con entusiasmo. Nora non sa ancora di trovarsi al cospetto di Ilissa, la potente regina dei Faitoren. Trascinata in un turbinio di feste, passeggiate a cavallo e cene fastose, coperta di splendidi abiti e gioielli, Nora diventa la donna seducente e irresistibile che ha sempre sognato di essere: la compagna ideale per il bellissimo principe Raclin, che la chiede in sposa. Ma qualcosa stride in quell’universo perfetto. Chi sono le creature spaventose che Nora scorge nottetempo? Sta forse impazzendo o qualcosa di terribile si nasconde dietro le lusinghe di Ilissa? E quell’uomo strambo che dice di essere il mago Aruendiel, perché insiste a metterla in guardia dai Faitoren e a volerle insegnare le arti magiche? C’è un pericolosissimo sortilegio da sciogliere, quello dell’anello che Raclin ha messo al dito di Nora.
Un romanzo pieno di amore e crudeltà, per adulti e ragazzi, dove la magia è protagonista assoluta. Una storia che ha l’atmosfera della fiaba classica e il passo epico del fantasy contemporaneo.


 

 
«Vuoi sapere cos'è la magia, cara Nora? Ora hai l'opportunità di scoprirlo.»

Volevo con tutto il cuore che questo libro mi piacesse. Sul serio. L'ho iniziato senza pregiudizi e per il primo terzo l'ho anche trovato abbastanza intrigante. Ma più procedevo con la lettura, più difetti trovavo e meno la storia mi convinceva. Ora che l'ho finito devo proprio spiegarvi cosa non va in questo romanzo.

Il più grave problema de L'Anello dei Faitoren è che sembra essere stato scritto e poi direttamente pubblicato, senza essere revisionato nemmeno una volta. Più leggevo, più mi chiedevo “ma dov'è l'editing di questo libro? Ma l'autrice ce l'aveva un editor?”. Il romanzo conta 617 pagine, cosa che già di per sé, per essere un debutto e il primo libro di una trilogia, è abbastanza insolita e forse non proprio la scelta più geniale che si possa fare. Cara Emily, hai altri due libri davanti.. perché scrivere più di 600 pagine solo per il primo? Ma comunque se tutte queste pagine fossero servite alla storia, a costruire un universo adeguato e dettagliato e ad approfondire le relazioni tra i personaggi, ben venga. Così però non è. Dopo aver finito alcuni capitoli, ho iniziato a fare una prova: ritornavo indietro e cercavo di capire a cosa fossero serviti per la storia in generale. La risposta? A niente. Sono quasi dei siparietti a parte, scene extra, con una montagna di personaggi extra, che fanno la loro comparsa per quel capitolo e poi spariscono. Avrei potuto prendere le forbici e tagliare tutti questi capitoli filler (cioè la maggior parte), e non sarebbe cambiato assolutamente NULLA.

Secondo grande problema: questo libro è un inglorioso e fatale esempio di TELLING NOT SHOWING. Ovvero “parlare, parlare, parlare, ma non mostrare”. L'autrice non fa altro che far blaterare in continuazione i suoi personaggi per 600 pagine. È un continuo parlare, un dialogo infinito, che diventa assai snervante con il procedere della storia. Quasi tutto ciò che succede in questo romanzo (quel poco che succede) non viene mostrato, ma raccontato. Non solo eventi di poco conto, ma anche punti salienti della storia vengono liquidati con una cosa del tipo “Cos'è successo?” “Tizio ha fatto questo, Caio ha fatto quello”. Persino i combattimenti, i salvataggi, le svolte inaspettate come la morte di personaggi principali, che dovrebbero costituire dei punti salienti di tensione drammatica vengono solo riportati a parole, ma non vengono fatti vedere, non vengono descritti nel momento in cui accadono. E questo espediente non serve nemmeno un qualche scopo narrativo, ma anzi ha l'effetto di privare completamente quei pochi colpi di scena di tutta la loro potenzialità drammatica, relegandoli allo stato di semplici registrazioni passive di eventi. Zero emozionalità, zero passione, zero sentimenti. Tutto è statico, blando, vuoto e impersonale.

Questo mi porta al terzo problema: i personaggi. Sono tutti statici, piatti, privi di personalità e di emozioni. Non maturano, non si evolvono, ma soprattutto non trasmettono nulla. Parlano di continuo, interagiscono, l'autrice scrive di ciò che dicono e di ciò che fanno, ma mai di quello che provano. E il risultato è che né la storia, né i personaggi riescono a prendere vita, tutto resta sulla carta, alla fine sono solo parole stampate e nulla di più. 

Potrei anche spendere qualche parola sulla protagonista, ma ne vale davvero la pena? Paradossalmente Nora, il personaggio principale, è il più noioso e insipido di tutti. Mi è venuto da ridere quando ho letto il titolo originale di questo romanzo: The Thinking Woman's Guide To Real Magic. Ovvero letteralmente La Guida della Donna Pensante alla Vera Magia. A parte che lo trovo piuttosto ridicolo come titolo, il punto è che è anche fuorviante, perché fa credere che la protagonista sia effettivamente una donna pensante e quindi – si suppone – sveglia e intelligente. E la cosa risulta involontariamente parodica, perché in realtà Nora è l'esatto opposto. Innanzitutto è una donna di 29/30 anni, che si comporta come un'adolescente, e non in senso positivo. Sembra che la Barker intendesse indirizzare il suo romanzo ad un target anche più adulto, e per questo ha deciso di fare di Nora una trentenne. Salvo però farla poi agire e comportare come una sedicenne immatura e un po' stupida. Nora passa tutto il romanzo ad avere scatti di rabbia e frustrazione privi di senso, oppure a fare “ooh” e “uuh”, meravigliandosi e restando attonita davanti ad ogni singola cosa che vede o sente. Un atteggiamento che alla lunga diventa irritante. Se fosse stata davvero una sedicenne, almeno sarebbe risultata un minimo più credibile.

E poi un'altra cosa: apparentemente questo romanzo voleva essere un inno al femminismo (basta vedere il titolo), all'indipendenza delle donne e alla loro volontà di farsi valere, rifiutandosi di sottomettersi agli uomini. Nora dovrebbe essere la portavoce di questi sentimenti, dovrebbe incarnare la donna forte e indipendente, che non accetta compromessi con gli uomini che vogliono imporle il loro volere. Peccato che l'autrice fallisca miseramente nel suo intento. Infatti Nora risulta solo cretina e un po' schizzata. Quando un uomo le propone di accompagnarla in giro per la foresta perché per una donna sola potrebbe essere pericoloso.. apriti cielo! Si arrabbia e si offende mortalmente. Lei è una donna forte e sa badare a se stessa! Salvo poi farsi rapire almeno un paio di volte nel corso del libro... Un uomo cerca di spiegarle come funzionano le convenzioni sul decoro femminile in quel mondo medievale in cui è finita, dove la figura femminile è vista come inferiore, e lei invece che rendersi conto che, per quanto ingiusto, si tratta di un altro mondo con concetti di parità dei sessi ancora arretrati, si infuria perché “come vi permettete uomini di dire a me come devo comportarmi!!!!!” (I punti esclamativi non sono miei, ma suoi.... ne fa un uso spropositato). Poi però quando scopre che il suo caro mago (il protagonista maschile) ha assassinato la sua ex moglie perché lo aveva tradito, molto stile Otello, ti aspetti che come minimo non lo guardi più in faccia, visto quanto è sensibile sull'argomento. E invece no.... lo giustifica, cerca di capirlo e va in giro a difenderlo. Sì, ha fatto una cosa sbagliata, ma a tutti capita di commettere un errore di tanto in tanto. Ah. Okay, Nora, okay. 
  
«Non vorrai diventare quel tipo di mago che deve accendere un fuoco ogni volta che deve lanciare un incantesimo.»
«Maga, semmai.»

Insomma, questo libro aveva del potenziale nella storia e nell'idea alla base, cose che, nonostante tutto, non mi sono dispiaciute. Ma tutto ciò che avrebbe potuto essere è stato rovinato da questi grandi, enormi, assurdi difetti, che non riesco proprio a giustificare, nemmeno pensando che si tratta di un romanzo di debutto.
E poi non vi ho detto la ciliegina sulla torta: questo libro non ha un finale, semplicemente si interrompe in un punto e stop. L'autrice ha anche avuto la brillante idea di rivelare che il suggerimento le è stato dato da quel genio della sua editor, che le ha consigliato di fare esattamente questo: interrompere la storia, così da lasciare i lettori in sospeso fino al libro successivo.
Certo, peccato che questo non sia un cliffhanger interessante, ma solo un'interruzione ingiustificata. In altre parole, un grossolano errore di narrazione e scrittura.
Quindi leggerò il seguito? Mah. Innanzitutto non si sa quando uscirà, pare che l'autrice lo stia ancora scrivendo. Una certa voglia di sapere come andrà a finire la storia mi è rimasta, devo dire. E si può sempre sperare che la scrittura vada migliorando, però so già che più tempo passerà prima che esca, più questa fiammella di curiosità andrà affievolendosi.
Alla Barker, in ogni caso, suggerisco seriamente di trovarsi un altro editor e magari anche andarsi a fare un corso di scrittura creativa, che non le farebbe male.


Il mio voto: 2 stelline e ½
 
Un Fantasy con una trama intrigante e una buona idea di base, che però si perde terribilmente nella narrazione prolissa e piena di parti inutili. Personaggi piatti e un'esagerata presenza di dialoghi lo rendono pesante e a volte anche involontariamente ridicolo.


Avete letto questo libro, lettori? Oppure vorreste farlo? Parliamone!

p.s.: nonostante il mio giudizio su questo libro sia perlopiù negativo, mi sono venute delle idee per un Dream Cast, quindi se vi interessa.. stay tuned, perché o domani o nei prossimi giorni ve lo mostrerò!

venerdì 22 maggio 2015

Recensione "Station Eleven", di Emily St. John Mandel + Mini Giveaway

Buongiorno lettori! Incredibilmente, riesco a tenere fede alla promessa fatta ieri, e riesco a pubblicare oggi la recensione di questo romanzo, che è stato praticamente l'ultimo che ho finito recentemente (sto leggendo pochissimo). Forse non lo avete sentito nominare spesso, in parte perché è inedito in Italia, ma anche perché, credo, non gli è stato reso sufficiente merito. 
Vi consiglio di leggere la trama del libro, che già di per sè, secondo me, è un piccolo capolavoro.
Inoltre, dopo la recensione, come potete intuire dal titolo del post, vi aspetta una sorpresa. :3

 
Titolo: Station Eleven [ENG]
Autore: Emily St. John Mandel
Data di uscita: 9 settembre 2014
Editore: Knopf
Prezzo: € 20,15/18,61 (copertina rigida); € 15,46/9,33 (copertina flessibile); 8,86/5,99 (ebook)
Pagine: 333
Trama tradotta da me: Un romanzo audace, cupo e scintillante, ambientato durante gli inquietanti giorni della caduta della civilizzazione, Station Eleven racconta l'ammaliante storia di una star di Hollywood, del suo aspirante salvatore, e di una compagnia di teatranti nomadi, che vagano per gli ultimi sparpagliati avamposti umani, nella regione dei Grandi Laghi, rischiando ogni cosa per l'arte e per l'umanità. In una una notte nevosa, Arthur Leander, un famoso attore, viene colpito da un infarto mentre si trova sul palco, durante una rappresentazione del Re Lear. Jeevan Chaudhary, un ex-paparazzo, diventato paramedico, è tra il pubblico e corre in suo aiuto. Un'attrice bambina di nome Kirsten Raymonde, assiste con orrore mentre Jeevan esegue il massaggio cardiaco, tentando di rianimare il petto di Arthur mentre cala il sipario, ma Arthur ormai è morto. La stessa notte, mentre Jeevan sta tornando a casa dal teatro, una terribile epidemia di febbre inizia a diffondersi. Gli ospedali straripano di pazienti, e Jeevan e suo fratello si barricano dentro un appartamento, guardando dalle finestre mentre le macchine bloccano le autostrade, colpi di pistola risuonano ovunque, e la vita si disintegra attorno a loro. Quindici anni dopo, Kirsten è un'attrice della Sinfonia Errante. Insieme, questo piccolo gruppo di attori si muove tra gli insediamenti di un mondo alterato, mettendo in scena opere di Shakespeare e musica lirica, per le sparpagliate comunità di sopravvissuti. Scritta sui lati della loro carovana e tatuata sul braccio di Kirsten, c'è una frase tratta da Star Trek: "Perché la sopravvivenza non basta". Ma quando arrivano a St. Deborah by the Water, incontrano un violento profeta che scava tombe per chiunque osi lasciare il villaggio. Decennio dopo decennio, muovendosi avanti e indietro nel tempo, e dipingendo vividamente la vita prima e dopo l'epidemia, questo romanzo elegiaco e pieno di suspense si arricchisce sempre più di bellezza. Mentre Arthur si innamora e disinnamora, mentre Jeevan guarda in tv i giornalisti che pronunciano i loro ultimi addii, e mentre Kirsten si ritrova presa di mira dal profeta, noi assistiamo agli strani capovolgimenti del destino che li collega tutti quanti. Un romanzo fatto di arte, memoria e ambizione, Station Eleven racconta la storia dei rapporti che ci sostengono, della natura effimera della fama, e della bellezza del mondo come lo conosciamo.


 

 Because survival is insufficient.

Perché la sopravvivenza non basta.

Non ci provo neanche a spiegarvi la trama di questo libro. Non ci riuscirei. La verità è che non ho mai letto nulla del genere. Non so nemmeno se si possa davvero definire un romanzo post-apocalittico. È un libro particolarissimo e, a tratti, strano, ma è proprio qui che risiede il suo incredibile fascino. E di fascino, credetemi, ne ha tanto.

Stava pensando a Toronto, a quando camminava nella neve. Pensare a Toronto lo portava inevitabilmente a pensare a suo fratello, una torre su un lago, una città fantasma che si disintegra, il teatro Elgin che ancora mostra le locandine del Re Lear, il ricordo di quella notte all'inizio e alla fine di tutto, quando Arthur morì.

Tutto ruota attorno ad un'epidemia di una febbre sconosciuta che si diffonde ad una velocità sconvolgente, uccidendo nel giro di pochi giorni il 99.9% della popolazione mondiale. È la fine di un'era. Il tempo si azzera, la gente rimasta ricomincia a contare gli anni a partire da questa catastrofe. Viene cancellata ogni traccia di civilizzazione, è la fine dell'elettricità e della tecnologia. Il mondo torna ad uno stato quasi primitivo, non esistono più città, ma solo agglomerati di persone, piccoli villaggi fatti di capanne. Niente ha più senso. Chi ha visto il vecchio mondo cadere e quello nuovo sorgere, chi ricorda tutto, quello che c'era prima ed è andato perduto, non sa più in cosa credere. Ogni cosa che prima aveva valore, adesso lo perde. Tutto cambia: le priorità, le fedi, le credenze, le convinzioni, gli animi.

Non siamo fatti per questo mondo. Desideriamo solo andare a casa. Sogniamo la luce del sole, sogniamo di camminare sulla Terra. Siamo stati persi per così tanto tempo. Desideriamo solo il mondo in cui siamo nati. Ma è troppo tardi.

La prima cosa è la sopravvivenza. Non c'è niente di più importante.
Ma cosa comporta la sopravvivenza? E a cosa si deve rinunciare per sopravvivere? Ma soprattutto, sopravvivere basta?
La risposta di questo romanzo è chiara e forte e inequivocabile: NO, non basta.
Perché, che senso ha sopravvivere, senza vivere? Fino a che punto restiamo umani, se l'unico nostro scopo è la sopravvivenza? Sopravvive il corpo, ma l'anima?
L'anima muore a poco a poco, se non stimolata, se non nutrita. E di cosa si nutre l'anima? La risposta di questo libro è, di ARTE.

Avevano messo in scena anche opere più moderne qualche volta, durante i primi anni, ma quello che era sorprendente, quello che nessuno si sarebbe aspettato, era che il pubblico sembrava preferire Shakespeare rispetto a tutto il resto del loro repertorio.
«La gente vuole quello che c'era di migliore nel mondo,» disse Dieter.

La capacità di cogliere l'arte, anche nelle piccole cose, la capacità di goderne, di farla propria, la capacità di emozionarsi ascoltando un brano di musica, quelle lacrime che scendono grazie al verso di una poesia, quella sensazione di brivido e infinito che ti coglie quando assisti ad uno spettacolo, la rappresentazione di un'opera che è sopravvissuta ad ogni cosa, secolo dopo secolo. Questa è davvero l'immortalità.
L'arte, la musica, il teatro, la poesia. Vite, esistenze, un'intera umanità racchiusi in una manciata di note o di parole. La storia, la fede, l'amore, il dolore e la passione, ogni cosa che il mondo ha vissuto, che ha patito e da cui si è ripreso, tutto sopravvive attraverso il tempo e attraverso lo spazio, grazie all'arte. L'arte è l'unico mezzo per l'immortalità.
Sono le anime a sopravvivere, anche quando non lo fanno i corpi.

All'inizio vogliamo soltanto essere notati, visti, ma una volta che siamo stati visti non ci basta più. A quel punto vogliamo essere ricordati.

Questo non è un romanzo fatto di personaggi. Non ci sono protagonisti, tutti sono ugualmente importanti e ugualmente superflui. Non è un romanzo sui singoli individui, ma sull'umanità intera. Parla di esseri umani, di cosa significa veramente sentirsi umani. Non è una storia, è una matassa di storie. Storie che si sfiorano, si intersecano, si intrecciano e si legano indissolubilmente, attraverso lo spazio, attraverso il tempo, anche inconsapevolmente. Passato, presente, futuro, piani temporali diversi, un centinaio di storie, di anime, di vite, di morti, tutto è legato insieme dalla grande catastrofe dell'epidemia, ma soprattutto da qualcosa di ancora più grande, qualcosa che nemmeno l'apocalisse può spegnere davvero: la speranza. Essere umani vuol dire essere in grado di sperare ancora, nonostante tutto. Sperare, credere, amare.

Abbiamo viaggiato fin qui e la tua amicizia era tutto. È stato molto difficile, ma ci sono stati momenti di bellezza. Tutto finisce. Non ho paura.

Station Eleven è un romanzo che ipnotizza. Un romanzo a cui continui a pensare anche ore, giorni, mesi dopo averlo finito. Quel libro di cui vuoi appuntarti una citazione quasi a ogni rigo. Perché ti fa riflettere, ti fa mettere le cose in prospettiva. Capisci quello che hai e quello che potresti perdere, quanto dai per scontato il tuo mondo, la tua vita, ogni tuo giorno. Capisci quanto ogni parola, ogni emozione, ogni cosa che conta per te adesso, sia effimera.

Sono sempre in attesa, gli abitanti del Sottomare. Passano l'intera vita ad aspettare che la loro vita cominci.

È un romanzo impregnato di malinconia e di poesia, potente e provocatorio. Un romanzo che mette vita e morte sullo stesso piano, dando a entrambi la stessa importanza. La vita è caduca, la morte veloce. Andiamo e veniamo, in continuazione. Siamo briciole e ciò che abbiamo intorno è incredibilmente più grande di noi. Ma possiamo fare la differenza. Possiamo scrivere, possiamo suonare, possiamo cantare, leggere, dipingere. Non sopravviveremo per sempre. Possiamo provarci, fare di tutto per guadagnare un giorno in più su questa terra, sacrificare a questo scopo ogni cosa che ci rende chi siamo. Possiamo immolare i nostri ideali, credere in dei fasulli, inseguire orizzonti e infiniti che non esistono, rinnegare la nostra stessa anima. Ma non cambierà nulla. Alla fine, ce ne andremo. E dopo cosa rimarrà? I ricordi sbiadiscono, le testimonianze si perdono nel vento. Ma se avessimo scritto un libro, se avessimo composto una melodia, se avessimo messo la nostra vita in musica, o composto un'opera teatrale, se avessimo disegnato un fumetto, se avessimo dato voce ad ogni grammo della nostra anima attraverso ciò che per primi ci emoziona, quell'arte che ci rende umani, se lo facessimo, allora sì che saremmo immortali.

«Come è stato per te, alla fine?»
« È stato esattamente come svegliarsi da un sogno.»


Il Mio Voto: 4 stelline
 
Un romanzo poetico, elegiaco, malinconico. L'apocalisse vista dal punto dell'umanità. La potenza delle parole, delle note, delle anime. L'arte come unico mezzo di salvezza, di sopravvivenza, di immortalità.
Meravigliosamente unico.


Questa canzone, secondo me, afferra alla perfezione il senso di questo romanzo.

1965, by Zella Day


Can we go back to the world we had? 
It's the world we've been dreaming of. 
I don't belong here.


GIVEAWAY

Questo libro mi è piaciuto talmente tanto, e credo che tutti dovrebbero dargli una possibilità e leggerlo, perché - vi assicuro - è diverso da qualsiasi altro libro abbiate mai letto. Perciò ho deciso di darvi la possibilità di vincerlo con un piccolo giveaway. Io l'ho letto in ebook, quindi è l'ebook che metto in palio. Vi ricordo, comunque, che il libro è in inglese, perché in Italia è inedito.
Per partecipare non dovete fare altro che iscrivervi come lettori fissi del blog (se non lo siete già), e commentare questo post, dicendomi che partecipate. E se volete, potete dirmi che cosa ne pensate della mia recensione. 
Il giveaway terminerà il 31 maggio compreso. Farò l'estrazione del vincitore il primo giugno.
Buona fortuna a tutti!


Che ne pensate? Vi ho incuriositi? Pensate di leggere questo libro, o lo avete già fatto? 

lunedì 4 maggio 2015

Recensione "Isla and the Happily Ever After", di Stephanie Perkins

Buon lunedì, lettori! Scusate l'assenza, è un periodo super stressante, e temo che continuerà così almeno fino a luglio... Non voglio assolutamente abbandonare il blog, però penso che la frequenza dei post diminuirà. Davvero, mi dispiace tantissimo. 
Comunque, oggi vi parlo di Isla and the Happily Ever After, ultimo libro della trilogia di Stephanie Perkins. Per ora è ancora inedito in Italia, ma la De Agostini ha già portato da noi il primo libro (Il Primo Bacio a Parigi, ovvero Anna and the French Kiss), e da quello che ho capito l'uscita del secondo è prevista per settembre, quindi è assolutamente probabile che prima o poi arrivi anche questo.
 
Titolo: Isla and the Happily Ever After (Anna and the French Kiss #3) [ENG]
Autore: Stephanie Perkins
Data di uscita: 14 agosto 2014
Editore: Usborne Publishing
Prezzo: € 16,71 (copertina rigida); € 8,97 (copertina flessibile); € 3,45 (ebook)
Pagine: 384
Trama tradotta da me: L'eterna romantica Isla ha una cotta per il fumettista Josh dal loro primo anno presso la Scuola d'America a Parigi. E dopo un incontro casuale a Manhattan durante l'estate, l'amore potrebbe essere più vicino di quanto Isla possa immaginare. Ma quando cominciano il loro ultimo anno di liceo in Francia, Isla e Josh sono costretti a confrontarsi con le sfide che ogni giovane coppia deve affrontare, tra cui drammi familiari, incertezze sul college e sul futuro, e la reale possibilità di doversi separare. Arricchita di cameo degli adorati Anna, Étienne, Lola e Cricket, questa dolce e sexy storia di vero amore - ambientata nelle meravigliose città di New York, Parigi e Barcellona - è un'adorabile conclusione all'amatissima serie di Stephanie Perkins. 

 


Gli sorrido. «È bellissimo. Ma dopo che succede?»
«La parte migliore.» E mi attira tra le sue braccia. «Il per sempre felici e contenti.»
 
Dopo la cinquecentotrentaquattresima commedia rosa che si conclude con i due protagonisti che, dopo mille equivoci e peripezie, riescono finalmente a dichiararsi amore eterno, a scambiarsi un lungo e sospirato bacio e a mettersi insieme, inevitabilmente a qualcuno verrà da chiedersi “va bene, ma... e dopo?Cosa succede dopo l'Happily Ever After? Dopo il vissero per sempre felici e contenti? È davvero tutto rosa e fiori? 

Se vi siete posti queste domande almeno qualche volta nella vita, allora probabilmente apprezzerete molto Isla and the Happily Ever After. La storia di Isla e Josh infatti è molto diversa da quelle di Anna ed Étienne, e Lola e Cricket, protagonisti dei due libri precedenti della trilogia.
Mentre i protagonisti dei primi due romanzi ci mettono un intero romanzo per riuscire finalmente a mettersi insieme, Isla e Josh ci riescono nel giro di un centinaio di pagine. Pochissimo spazio viene dedicato al “prima”, mentre la maggior parte del libro si concentra sulla relazione di questi due ragazzi, sui problemi che si trovano ad affrontare e sulla loro crescita come individui e come coppia. In questo terzo romanzo, la Perkins si focalizza sulla parte più matura delle relazioni d'amore, il “dopo”, quella parte che nelle commedie rosa non viene quasi mai mostrata.

Ad alcuni piacerà molto, troveranno interessante e innovativo uno Young Adult che vede due adolescenti alle prese con una vera e propria relazione, con tutto ciò che questo comporta, la fiducia, l'intimità, la comunicazione, i progetti per il futuro, la conciliazione di mondi e stili di vita. Ed è vero, è interessante.
Ma, almeno per me, in questo caso, non funziona in pieno. 

È mezzanotte, si muore di caldo, e io potrei essere fatta di Vicodin, ma quel ragazzo – quel ragazzo laggiù – quello è lui. Quel lui.


Senza nulla togliere al talento naturale della Perkins, al suo stile così speciale che dona alle storie che scrive quel pizzico di magia in più, quello che ti fa sorridere in continuazione e desiderare di essere al posto della protagonista, però qui c'è qualcosa che stride. Qualcosa che mi ha lasciata perplessa e non pienamente soddisfatta. Forse perché sono una che, nonostante tutto, quelle commedie rosa tutte uguali le adora, o forse perché amo vedere due personaggi innamorarsi, adoro le storie d'amore che si sviluppano lentamente e che magari affondano le radici in una profonda amicizia. Con Isla e Josh non ho potuto fare a meno di pensare che si trattasse di un insta-love un po' insensato, derivato da una cotta ossessiva e onestamente un po' preoccupante da parte di Isla nei confronti di Josh. Ma poi in realtà, perché questi due personaggi si piacciono? Perché si innamorano? L'amore così travolgente che arriva a consumarli da dove spunta fuori? Boh.

Il mio più grande problema con questo romanzo però è stata proprio Isla. Mi capita raramente di cambiare così radicalmente la mia opinione su un personaggio nel giro di così poche pagine. All'inizio, Isla mi piaceva moltissimo. Adoravo il suo umorismo e il suo modo di pensare mi faceva tenerezza, ma soprattutto la capivo. Trovavo facilissimo relazionarmi a lei, ogni suo pensiero avrebbe potuto tranquillamente essere un mio pensiero, ogni sua preoccupazione, desiderio o speranza avrebbero potuto essere i miei.
Poi il disastro. Nella seconda metà del libro, mi ha dato davvero ai nervi. Innanzitutto, piangeva IN CONTINUAZIONE. Sul serio, avrei voluto contare tutte le volte in cui piangeva, ma erano troppe. Che fosse di tristezza, di rabbia, di gioia o di frustrazione, era una cosa incredibilmente fastidiosa.

«Ci sto.. arrivando. Sto iniziando a pensare che forse va bene essere una tela bianca. Forse va bene che il mio futuro sia incerto. E forse,» dico con un altro sorriso, «va bene essere ispirati da persone che conoscono già il proprio futuro.»
«Funziona in entrambi i sensi, sai.»
Circondo il suo dito ghiacciato con il mio. «Che cosa?»
«Gli artisti sono ispirati dalle tele bianche.» Il mio sorriso si allarga. «Una tela bianca... ha infinite possibilità.»


E poi la sua insicurezza, i suoi continui dubbi e la sua completa mancanza di autostima li ho trovati onestamente poco credibili. Lei ci viene descritta come una bellissima ragazza, intelligente, spiritosa, con ottimi voti, fluente in due lingue e con due nazionalità (americana e francese), proveniente da una famiglia unita e ricca, e che ha praticamente tutte le possibilità del mondo. Potrebbe andare ovunque, vivere e studiare dove vuole, le basterebbe puntare il dito su un punto del mappamondo e i genitori non avrebbero problemi a mandarcela. Insomma, sembra vivere una vita benedetta e perfetta, e invece... NO. Piange, è triste, insicura, si fa un milione di problemi inesistenti e stupidi, sembra che niente le vada bene. Ma il punto è che l'autrice non ci dice da cosa dipendono i suoi problemi, ci dice che ce li ha, ma non da dove hanno origine. Io non capisco: essere timida non basta a giustificare tutti i problemi di Isla. Non avere autostima e sicurezza in se stessi è normale e comprensibile in ogni adolescente, ma fino ad un certo punto. In Isla è portato a livelli esagerati, al punto da impedirle di essere felice, di permettersi di vivere. E non ha senso, perché.. cosa le manca? Cosa non va nella sua vita? Cosa non va in lei? Perché crede di non essere degna di amore e di felicità? Questo non ci viene minimamente spiegato. Il PERCHÈ lei abbia queste assurde convinzioni non ci viene detto. Le viene anche posta esplicitamente questa domanda, più volte, ma lei non dà risposta. E per tutta la durata del libro, durante i suoi continui piagnistei, io non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che stesse soltanto facendo la vittima, che fosse una ragazzina che non aveva mai dovuto confrontarsi con i veri problemi della vita.

Okay, ora sembra che io abbia odiato questo romanzo. No, in realtà mi è piaciuto. Perché la Perkins è sempre la Perkins, e io adoro il suo stile, perché non importa cosa scriva, mi fa sempre sorridere.
Questa trilogia mi rimarrà sicuramente nel cuore, ma mentre sono certa che rileggerò Anna e Lola, non sono altrettanto certa che rileggerò anche Isla. 
Se però state cercando una storia d'amore carica di zucchero (più delle prime due.. e questa forse è un'altra delle ragioni per cui questo libro non mi ha conquistata in pieno), ma che allo stesso tempo abbia un tono più "maturo", e tenga conto delle difficoltà delle relazioni d'amore e dei problemi di ogni giorno, sono sicura che vi innamorerete della tormentata storia di Isla e Josh.
  
Il Mio Voto: 3.75 stelline
Un romanzo molto dolce, ma anche più maturo e intenso dei precedenti, conclusione azzeccata ad una trilogia adorabile, ma che, almeno a mio parere, non conquista come i primi due.


Voi avete letto questo romanzo? O avete iniziato questa serie, leggendo i primi due libri? Che ne pensate? Fatemi sapere!